lunedì 29 dicembre 2014

Rivelazioni

– Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
– Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.
Mia moglie sorrise e disse:
– Credevo ti guardassi da che parte ti pende.
Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda:
– Mi pende? A me? Il naso?
E mia moglie, placidamente:
– Ma sì, caro. Guàrdatelo bene: ti pende verso destra.
I libri che ti cambiano la vita.

giovedì 11 dicembre 2014

Guilty pleasure

La devo smettere di leggere libri di merda e tornare al mio caro atteggiamento snob che tanta soddisfazione mi ha dato in passato. Il problema è che i libri di mmmmerda esercitano su di me un'attrazione malsana, come le caramelle gommose ricoperte di zucchero: sai perfettamente che non ti fanno bene e che fanno pure abbastanza schifo, ma... alle morbide fruitjoy tu resistere non puoi. :D
In questi giorni ho deciso di mollare a metà La croce di fuoco di Diana Gabaldon. È l'ottavo libro della serie di Outlander (in base alla numerazione USA è la prima metà del quarto). Ho resistito per sette libri e mezzo, ma ora basta. Non ce la faccio più. È tutto TROPPO idiota, ripetitivo e lagnoso. Questi maledetti personaggi fanno perennemente cose stupide e parlano di continuo. Pure mentre trombano. Basta, tacete, non ce ne frega un cazzo di sapere tutto quello che fate, vedete e pensate.
Non riesco a capacitarmi del successo di questa autrice che è convinta di scrivere romanzi storici, ma che in realtà scrive solo romance del cazzo e nemmeno della miglior specie! Non basta rimpinzare un romanzo di descrizioni dettagliatissime di abiti, usi, costumi, cibo, malattie, ferite, armi, etc per parlare di romanzo storico. È prima di tutto un romanzo, non una ricerca da fare in biblioteca!!!!!!! La sensazione è di leggere un testo in cui l'autrice ha infilato tutto quello che sapeva su un certo argomento e anzi, sembra proprio che lei dica "visto quante cose so?".
E comunque se te ne esci con idiozie tipo l'odore di maschio e il sesso descritto nei minimi dettagli (tra l'altro sempre uguali), checché tu ne pensi, stai scrivendo un romance. ROMANCE.
La cosa bella dei romance è proprio il loro carattere usa-e-getta; si tratta di letture leggere, che non lasciano traccia, se non qualche ora di divertimento e invece questi romanzi sembrano infiniti e pesanti perché pieni di lungaggini, di capitoli in cui non succede assolutamente niente e di ripetizioni eternamente ripetute ripetutamente. Non so davvero come abbiano fatto a tirar fuori una serie tv così bella (per ora) da un materiale così indecente.
E poi basta con questi cazzo di uomini che succhiano il latte materno dal seno delle mogli, ho capito che è una fantasia che piace tanto all'autrice, ma può anche inventarsi qualcos'altro! Oltre al fatto che trovo morbosa questa continua sovrapposizione tra la figura dell'amante e quella del figlio. Mappperpppiacere! So che ci sono tantissime altre critiche da fare ai romanzi di questa serie, ma questa cosa in particolare mi urta il sistema nervoso.

Comunque, ho deciso di uscire dal tunnel. Farewell Jamie e Claire, morite di morte atroce con tutti i vostri cari.
I romance sono il mio guilty pleasure, ma nel caso di Outlander il pleasure non è pervenuto! :p
Senza considerare che ho un sacco di libri in sospeso che conto di portare a termine e che non so nemmeno perché ho messo da parte visto che mi piacevano. Aaah, maledette gommose alla frutta...

sabato 6 dicembre 2014

Girl crush

L'essere un po' nerd è stato una costante della mia vita dagli undici anni in poi e con l'invecchiamento la situazione è addirittura peggiorata. XD
Una delle mie prime forme di ossessione è stata senza dubbio The X-Files (1994 in Italia, 11 anni appunto). Comprai e collezionai qualsiasi cosa fosse reperibile in Italia in quel periodo, compresa la sfigatissima rivista che probabilmente aveva una tiratura di 100 copie. Tuttora, ogni volta che parlo di questa serie emerge potentemente la me stessa adolescente che shippava gli attori e soprattutto, shippava se stessa con gli attori. XD E infatti io avevo un'adorazione pressoché totale per David Duchovny e Gillian Anderson. Quest'adorazione è, ahimè, rimasta immutata negli anni e quando intercetto uno dei due mi spuntano gli occhi a cuoricino e divento scema. Più del solito, intendo.
È questo il caso di The Fall, serie crime della BBC che ha Gillian Anderson come protagonista. A me le serie crime piacciono di base, ma in questa c'è lei. ♥

Gillian Anderson
Gillian Anderson nei panni di Stella Gibson

Non è bellissima?

lunedì 10 novembre 2014

Welcome back!

La capsula russa Souyz TMA-13M atterra in Kazakistan
NASA

L'equipaggio della Expedition 41 (Suraev, Wiseman e Gerst) è tornato sulla Terra. L'atterraggio è andato bene e sono tutti in buona salute. Adesso sulla ISS ci sono tre astronauti e il prossimo equipaggio di tre persone, tra cui l'astronauta italiana Sam Cristoforetti, partirà il 23/11. *_*
Speriamo che i tre nuovi membri siano ispirati come Reid Wiseman e Alexander Gerst, prolifici twittatori di foto spettacolari. ^^

Suraev, Wiseman e Gerst con la squadra di recupero russa
NASA

sabato 8 novembre 2014

Amore

Esiste una dichiarazione d'amore più bella di questa?
Clara: You're going to help me!?
The Doctor: Well, why wouldn't I help you?
Clara: Because of what I just did. I...
The Doctor: You betrayed me. You betrayed my trust, you betrayed our friendship, you betrayed everything I ever stood for. You let me down!
Clara: Then why are you helping me?
The Doctor: Why? Do you think I care for you so little that betraying me would make any difference?
Amore in senso universale, non amore tra uomo e donna o sentimentale. Amore tra due persone, tra due individui, al di là di sesso, età, razza, valori, tutto. Amore.

venerdì 7 novembre 2014

50 sfumature di grigio, film


Potrà essere peggio del libro? Impresa ardua, ma si sa, non c'è mai limite al peggio! XD Il materiale di partenza è ridicolo. Capisco che possa stuzzicare la fantasia di donne e ragazze finto-pudiche o di quelle che si sentono rincuorate dall'idea di cambiare o "curare" il povero uomo tormentato, ma, andiamo, il tanto decantato sesso estremo, non è estremo. È la versione del BDSM di qualcuno che ha fatto una ricerca su Google. Se si leggono i racconti, palesemente autobiografici, di persone che praticano il BDSM si nota subito la differenza con le stronzate descritte in 50shades.
Per il resto è un'accozzaglia di luoghi comuni e cliché, personaggi stereotipati, reazioni ridicole, pseudo-psicologia da telefilm. Il tutto condito con una scrittura sciatta, banale, semplicistica e fortemente ripetitiva. Ma dei libri ho già parlato abbondantemente.
Dicevo, comunque, che visto il materiale di partenza, non è che ci si può aspettare chissà che, ma almeno potevano fare un casting decente. L'unica cosa sensata era scegliere un figo assoluto con un discreto magnetismo animale, poi tutto il resto sarebbe passato il secondo piano. XD Al contrario hanno scelto un salame, belloccio, ma non figo (diciamolo!), monoespressione. E daaaai!
Lei, invece, è perfetta: cretina e irritante nel libro, cretina e irritante nel trailer. Ana più che portarla a letto, fa venire voglia di rinchiuderla in uno sgabuzzino; purtroppo, però, lei è la sfigata inconsapevolmente figa che tutte le sfigate vorrebbero essere (tranne me, evidentemente), quindi è la protagonista del film.
Non andrò a vedere questo film al cinema, conserverò i soldi per qualcosa di meglio (così come ho fatto per i libri :3), ma che darei per essere in sala nel momento in cui Mr Grey se ne uscirà con frasi del tipo "io non faccio l'amore, io fotto senza pietà". XD Oppure quando descriverà se stesso come l'uomo "dalle cinquanta sfumature di tenebra". XD Ammetto di aver riso molto leggendo i libri, ma forse non era questa l'intenzione dell'autrice. XD

giovedì 6 novembre 2014

Intanto sulla ISS...

Alexander Gerst, Reid Wiseman e Steve Swanson cazzeggiano con l'acqua sulla ISS. Che meraviglia! *_*

(Sì gli astronauti hanno anche del tempo libero, lì in orbita. E vorrei ben vedere!)

mercoledì 5 novembre 2014

Erik Satie

È bello, alla fine, riuscire a dare un nome alle tante melodie ascoltate per caso nel corso della vita.
Gnossienne No. 1 addirittura fa parte di un mio ricordo infantile: era la colonna sonora di un giochino per pc dei primi anni '90.

lunedì 3 novembre 2014

Eὐϑανασία

Io non ho paura della morte, o meglio non prevedendo di morire a breve non ho paura dell'approssimarsi della morte. Ho paura, però, della sofferenza, del dolore senza speranza di miglioramento perché alla fine ciò che ti spinge a sopportare è il sapere che prima o poi passerà. È per questo che  tutti quelli che mi sono intorno sanno perfettamente quali sarebbero le mie intenzioni se dovesse capitarmi una malattia incurabile. Avendo visto persone a me molto care consumarsi per malattie del genere, beh, parlo con un minimo di cognizione.
Penso che ognuno debba decidere quando porre fine alla propria esistenza. Non possiamo scegliere di nascere, ma abbiamo la possibilità di scegliere quando morire. Ognuno per sé. Senza Stato, politici, intellettuali, religiosi, opinione pubblica, parenti e amici a interferire e giudicare.
Se riesco a comprendere le interferenze, sia pro sia contro la volontà del malato, delle persone molto vicine, quello che non accetto sono i giudizi di tutti gli altri, quelli che reclamano il diritto folle di decidere per tutti in base a un proprio credo o tornaconto.
Io davvero non so come si possa commentare la volontà di andarsene di un malato terminale con frasi del genere:
- "i veri guerrieri lottano fino alla fine e non si arrendono". Magari tra sofferenze incalcolabili, tue e dei tuoi cari, sentendo la vita abbandonarti giorno per giorno, fino a che non sarai solo un mucchio di ossa, pelle e lacrime;
- "esistono i miracoli!" "vai a Lourdes o Medjugoire!". Non esistono i miracoli, non esiste la madonna e non esiste dio. O meglio, un'entità soprannaturale potrebbe anche esistere, ma perché dovrebbe prolungare la vita di un insieme di cellule in particolare? Perché qualcuno sì e qualcun altro no? Perché la pianta può seccare ogni stagione, la farfalla muore ogni settimana, ma l'essere umano non può morire e deve essere salvato da una divinità?
- "basta! vuole solo essere al centro dell'attenzione" Evidentemente non hai mai visto gli occhi di un malato terminale.
Ecco, penso che frapporsi tra la volontà di morire di un malato terminale e la possibilità di farlo sia un atto di pura e semplice crudeltà.

martedì 28 ottobre 2014

Il ritorno [La saga di Claire Randall #3, Outlander #2]

Non so davvero cosa scrivere riguardo a Il ritorno. Il libro non mi è piaciuto, ma non mi ha fatto propriamente schifo (al contrario di Amuleto d'ambra).
Penso che il problema de Il ritorno derivi dall'essere la seconda parte di Drangonfly in amber e in quest'ottica, quest'ultimo è un libro senza capo né coda. Succedono tantissime cose, ma il libro non risulta omogeneo. Hanno fatto benissimo a dividerlo in due perché tra la prima e la seconda parte sembra davvero di leggere due libri completamente diversi.

SPOILER

L'aspetto che mi è piaciuto di più è l'idea dell'ineluttabilità del destino (seppur io non creda nell'esistenza del destino), ovvero l'idea che certi eventi debbano succedere e succederanno indipendentemente da come si cerchi di cambiare le carte in tavola. E anzi, alla fine non si sa se ciò che si è cercato di evitare sia accaduto in un certo modo proprio a causa di questa interferenza. Sappiamo storicamente che la battaglia di Culloden fu una carneficina, ma sappiamo anche che, nel romanzo, Jamie e Claire hanno complottato contro il principe Stuart facendogli perdere finanziamenti e appoggi. Se Charles avesse avuto quello che gli era stato promesso, le sorti della battaglia sarebbero state diverse? Avrebbero vinto gli scozzesi? Non lo possiamo sapere e l'autrice non è interessata a questo aspetto:  riflessioni del genere sono completamente estranee al romanzo e probabilmente una ucronia sarebbe stata più difficile da gestire e scrivere, dopotutto D. Gabaldon non è mica Philip K. Dick! Ennesima occasione persa, quindi.

In ogni caso, scrivere un romanzo storico è complicato e non basta documentarsi in biblioteca per esserne capaci. Richiede un'abilità narrativa che va al di là del semplice resoconto degli eventi perché l'opera di fantasia deve risultare credibile e deve innestarsi verosimilmente nel flusso storico. Quando penso al romanzo storico mi vengono sempre in mente I miserabili, Memorie di Adriano e Guerra e Pace. In tutti e tre i romanzi, gli autori non piegano la Storia alle loro necessità narrative, piuttosto la rendono protagonista. I loro personaggi sono uomini e donne espressione di quel determinato periodo storico (che nel caso di Hugo e Tolstoj era di poco precedente al loro), pensano e si comportano coerentemente e hanno una profondità data anche dall'epoca in cui nascono e vivono. Tutto questo non accade con Il ritorno e con i precedenti. La Storia è solo la scenografia statica del teatro in cui si muovono i personaggi, che spesso sembrano macchiette, mentre altre volte risultano anacronistici.

Tra le tante cose che non mi sono piaciute, c'è la solita ingenuità con cui viene costruita la storia. L'uso di coincidenze sfacciatamente fortunate, che portano alla risoluzione dell'evento drammatico, va bene se sei Dickens e se in generale sai come scriverlo, non va bene se quello che resta al lettore è la sensazione di aver letto una forzatura. Non è un difetto (chiamiamolo così) solo di D. Gabaldon; per esempio, ho riscontrato la stessa cosa in Ruth di Elizabeth Gaskell, che condivide con la scrittrice americana un certo gusto per il dramma spinto e la tragedia.
Sempre in tema tragedia, a un certo punto il romanzo diventa un'ecatombe di personaggi secondari, senza considerare la battaglia di Culloden in cui, storicamente, muoiono più o meno... tutti.
Tra i personaggi secondari rilevanti muoiono Colum, Rupert, Hugh Munro, Alex Randall, Il Duca di Sandringham e Dougal. Poi c'è Culloden i cui esisti nefasti ci verranno descritti nel romanzo successivo. Non ho mai apprezzato l'abuso della morte per far andare avanti le trame, l'ho sempre visto come una scarsa abilità dello scrittore nel trovare una dimensione ai suoi personaggi. È chiaro che, come nella vita, anche nei libri, la gente muore, ma far fuori praticamente 3/4 dei personaggi solo per avere il colpo di scena non credo che metta in evidenza le qualità narrative di uno scrittore.
Tra l'altro, la cosa che ho trovato davvero fastidiosa è che i personaggi superstiti subiscono lutti e tragedie, ma il dolore non viene mai approfondito. Viene sempre dato un resoconto superficiale delle conseguenze umane a questi eventi drammatici, senza mai coinvolgere pienamente il lettore, senza suscitare un minimo di struggimento o compassione. I personaggi sembrano sopportare tutto stoicamente e vanno avanti con le loro attività senza un momento di sbandamento, senza un crollo, senza coinvolgimento. Se ai personaggi per primi non interessa di chi muore, perché dovrebbe interessare a me lettore?
Ricordo come se fosse ieri la morte dell'amante di Adriano, in Memorie di Adriano, perché non credo di aver letto qualcosa di più struggente e sentito, così coinvolgente, così doloroso. La sofferenza dell'imperatore trasudava dalle parole scritte e mi colpiva con una forza a cui era difficile restare indifferenti.
Vogliamo parlare, invece, di Brianna che viene a sapere la verità sull'identità di suo padre? Una scena altamente drammatica scritta in modo completamente piatto e banale. Una reazione così finta, un cliché senza alcun impatto emotivo sul lettore. Come se non bastasse, lo shock per questa notizia non solo viene superato in un niente, ma la ragazza diventa improvvisamente attaccatissima al vero padre, pur non avendolo mai visto. Diventa improvvisamente figlia di un perfetto sconosciuto e l'amore del padre adottivo viene dimenticato in un cassetto della memoria, esattamente come sua madre aveva fatto 23 anni prima. Ma come si può parlare di personaggi ben scritti davanti a tanta superficialità? Sono sagome di cartone.

A tutto questo si aggiungono le solite trovate assurde in stile soap opera che fanno oscillare il romanzo tra momenti comicamente drammatici e momenti drammaticamente comici.
Trovo incredibile il successo planetario di questa saga: ogni volta inizio il romanzo successivo sperando di capire cosa ci vedano di bello gli altri lettori e ogni volta resto delusa.

Dmitrij Dmitrievič Šostakovič #2

Oooh~♥


Come sono felice di averti scoperto.

lunedì 27 ottobre 2014

Eroi moderni

Really? Well, on my planet, there’s a legend about people like you. It’s called Footloose. And in it, a great hero, named Kevin Bacon, teaches an entire city full of people with sticks up their butts that dancing, well, it’s the greatest thing there is.



Ho adorato Guardians of the Galaxy. La mia anima nerd e quella '80s-nostalgic erano in visibilio.

De parentibus

Il mettere al mondo dei figli non rende automaticamente genitori. Banale per me, ma non per tutti, a quanto pare.
Essere pessimi genitori non significa non corrispondere all'ideale propugnato da serie tv, film o cartoni animati, ma semplicemente (per me) rifiutare l'esistenza di una nuova vita diversa da se stessi, con una personalità autonoma, un bagaglio di emozioni e valori maturato a partire da esperienze simili assimilate, però, diversamente.
I figli si devono guidare, consolare, spronare, amare e rispettare. Molti cosiddetti genitori dimenticano che i figli non sono delle appendici personali, delle marionette o, peggio, delle versioni in miniatura di se stessi. Sono persone indipendenti che vanno rispettate, invece per alcuni sembra normale umiliare e mortificare i propri figli nel momento in cui ci si rende conto che vivono e prendono decisioni autonomamente... o almeno ci provano.
Nessuno sa come si fa il genitore e ognuno pensa, nonostante tutto, di aver trovato la giusta modalità per esserlo, ma di sicuro competere con i propri figli per dimostrare costantemente di essere migliori di loro, non è la strategia educativa più adatta. E manifesta palesi problemi psicologici, imho.
Dopotutto, penso che individui incapaci di prendersi cura degli altri (pur considerando tutti i limiti caratteriali e umani) e che vivono costantemente concentrati su se stessi, oltre che pessime persone, siano inevitabilmente anche pessimi genitori.

venerdì 24 ottobre 2014

Dmitrij Dmitrievič Šostakovič

Nuova scoperta, pura esaltazione.


Seconda parte

Cercavo concerti per pianoforte (mi piace aggiungerne di nuovi a quelli che ascolto di solito), ma sono rimasta affascinata dalle sinfonie. Stupendo.

lunedì 13 ottobre 2014

Mal di routine

Di norma, sono una persona estremamente abitudinaria. Mi piace tenere le cose sotto controllo, sapere cosa fare e cosa aspettarmi. Eppure arrivano dei momenti in cui la routine mi diventa insopportabile, in cui vorrei vivere come capita, senza pianificazione, senza controllo. Vorrei fare cose stupide e irrazionali, mettermi nei casini, farmi guidare dall'incoscienza.

Questo è uno di quei momenti.

L'ultima volta è coinciso con un periodo particolarmente intenso della mia vita, che ha influito pesantemente su quello che sono oggi.
Non è un caso se da un po' mi ritrovo spesso a pensare a quel periodo. Non con rimpianto, no, nemmeno con rammarico o sofferenza. Semplicemente come un qualcosa che non c'è più e non c'è più perché io ho voluto che fosse così. Troppa incertezza e mancanza di lucidità, troppo coinvolgimento mi hanno spinto verso una vita più tranquilla, più come "dovrebbe essere". Sono mediamente felice, però che palle.

È terribilmente immaturo, lo so, ma ogni tanto vorrei mettere da parte la me stessa razionale, ligia alle regole e pregna di buon senso, per dare sfogo a tutto il resto per ricordarmi che se sono una brava ragazza lo sono per scelta, ma la mia vera natura è un po' più cinica, menefreghista e irrazionale. La verità è che essere brave ragazze è più facile di qualsiasi altra cosa, però alla lunga diventa terribilmente noioso.

sabato 11 ottobre 2014

Amuleto d'ambra [La saga di Claire Randall #2, Outlander #2]

Ho finalmente finito di leggere Amuleto d'ambra, la prima parte di Drangonfly in amber.
Dato che D. Gabaldon è logorroica e inutilmente prolissa, l'editore italiano ha pensato bene di guadagnarci il doppio dividendo i libri a metà. E nonostante ciò Amuleto d'ambra sembra non finire MAI.

*** SPOILER***

Ritroviamo Claire e Jamie in viaggio verso la Francia dove si sistemeranno a Parigi, ospiti del cugino Jared, con l'intento di boicottare il principe Charles Stuart, figlio di Giacomo pretendente al trono inglese.
In  barba a tutta la solita retorica sui viaggiatori nel tempo riguardante il non alterare gli eventi, loro decidono che la battaglia di Culloden non ci sarà.
Il libro è un susseguirsi di pagine e pagine di resoconti delle attività di Jamie e Claire: cene, incontri, sesso, pettegolezzi, violenze. Le solite cose, insomma.

Jamie, a tutte le abilità descritte nel libro precedente, aggiunge anche quella di essere un bravissimo mercante di vini e alcolici. Ah, dimenticavo è anche un abilissimo giocatore di scacchi. Ovviamente per chissà quale motivo da signor nessuno scozzese diventa un personaggio così in vista, ma così in vista da essere invitato al risveglio di Luigi XV! E il Re lo nota al punto da invitarlo PERSONALMENTE a Versailles.
Ora... Laird. Cosa è un laird? Non è un lord, assolutamente no. È un titolo associato a una proprietà terriera equivalente al gentiluomo di campagna inglese. Jamie non è nemmeno capoclan come Collum e anzi, attualmente è un commerciante, quindi perché cavolo gode di tutta questa importanza tra la nobiltà? Se la fa con i conti, i duchi e i banchieri più in vista, fa vita di corte nemmeno fosse il conte di Fersen (che non c'entra un tubo, ma non mi veniva in mente nessun altro conte). Perché? Perché Diana ha deciso così, anche se non ha senso. Tralasciamo il fatto che gli esponenti della bassa nobiltà francese facessero carte false per essere invitati a corte e spesso non riuscivano in questo intento, nonostante la prostituzione di mogli e figli, la corruzione, etc... Non dico leggersi un libro di storia del liceo (troppo impegnativo), ma Versailles no bara non è arrivato in USA? ¬_¬

Claire è sempre la solita Claire incapace di stare zitta e di capire quando fare qualcosa, ma soprattutto quando non farla (tanto c'è sempre qualcuno a vegliare e a toglierla dagli impicci). Non appena scende dalla nave fa uno sgarro al Conte Non-mi-ricordo, il quale ovviamente attenterà alla vita di Jamie e alla virtù (ahahahah) di Claire, ma a pagarne le spese sarà, altrettanto ovviamente, un innocente. La storyline di Claire culmina nel ridicolo quando si concede a Luigi XV in cambio della liberazione di Jamie, rinchiuso nella Bastiglia. Voglio ignorare volontariamente l'immensa idiozia della storia della Dama Bianca.
Come era facile immaginare, Claire non porta a termine la gravidanza. Non penso dipenda dagli ettolitri di brandy e vino che beve di continuo, quanto dall'incapacità della scrittrice di far andare avanti una storia senza l'uso di drammi e tragedie. L'aborto giustamente mancava. Quello che non mancava era il ricorso a trovate paranormali indecenti e infatti Mastro Raymond salva Claire da morte certa con la sola imposizione delle mani... o meglio masturbandola. Bello ed elegante, senza dubbio; fa il paio con il "rituale" che salva Jamie nell'abazia. Voglio, ancora una volta volontariamente, ignorare la vera natura di Raymond perché è una cosa troppo troppo troppo troppo stupida (al pari del cavallo d'acqua di Loch Ness).

Seguendo un trend iniziato nel primo libro, lo stupro è il terzo protagonista, dopo Claire e Jamie. Non so se si può definire stupro l'atto sessuale tra Luigi e Claire, ma sicuramente lo è quello che subisce la futura Mary Randall che viene violentata per strada e perde così la verginità a 15 anni. Come sempre c'è un'abbondanza disgustosa di dettagli morbosi perché il lettore deve essere sempre costretto a immaginare lo scenario peggiore possibile, come se già l'evento in sé non fosse abbastanza doloroso.
Come se non bastasse, viene introdotto nella storia un bambino, Fergus, che diventa il tuttofare di Jamie e che ovviamente viene stuprato da Black Jack Randall perché quest'ultimo non poteva essere "solo" un sadico omosessuale, doveva essere anche pedofilo rispettando, così, il pregiudizio omofobo per eccellenza.
Ah sì, Randall è ancora tra noi (la sua apparizione è l'unico bel colpo di scena del romanzo), ma Jamie gli infilza i gioielli di famiglia. Come in tutte le soap che si rispettino, mi aspetto che ricompaia ancora in futuro, miracolato: dovrà pur riuscire a violentare Claire, prima o poi... o qualche altro parente/amico/protetto di Jamie.
È impossibile non notare la differenza di attenzione dedicata allo stupro a seconda del personaggio che lo subisce. Se si tratta di un personaggio principale, l'atto viene riportato come una tragedia apocalittica con ripercussioni per interi capitoli; se la vittima è un personaggio secondario la cosa viene presa con molta filosofia, per non dire con superficialità. Per me è disturbante.

Visto che le scene morbose erano poche, D. Gabaldon pensa bene di ficcare nella storia, come i cavoli a merenda, una descrizione dettagliata della gioiosa pratica che consiste nello squartare un uomo. E quando scrivo dettagliata, intendo davvero MOLTO dettagliata. Non ha nessuna utilità ai fini della storia, è un riempitivo (nemmeno stessimo leggendo un libro di 150 pagine!) e come tale, si tratta di pura e semplice violenza gratuita nei confronti del lettore.

Ho avuto la sfortuna di leggere in giro qualche femminista commentare entusiasticamente questa saga perché la protagonista è una donna forte, priva di inibizioni sessuali. Ok. Parliamone. Claire gode nel fare sesso, beve un sacco e impreca, ma è totalmente sottomessa alla cultura maschilista. Non saprei spiegarmi diversamente il fatto che lei quasi implori Jamie di picchiarla per punirla di essersi concessa a Luigi XV, ma anche il fatto che lei accetti di prostituirsi per farlo uscire di prigione, per non parlare poi del fatto che provano a violentarla di continuo o della masturbazione come atto terapeutico (la stessa "terapia" che toccava alle donne considerate isteriche!). Ma le femministe si sono bevute il cervello?

Nel caso non fosse chiaro, il libro non mi è piaciuto. Non sono i temi trattati o la violenza a infastidirmi perché ho letto libri totalmente basati sull'abuso psicologico e/o fisico. La motivazione risiede nell'eccesso: eccesso di dettagli morbosi, eccesso di stupidaggini, eccesso di tragedie, eccesso di parole. Non si può riempire una storia di qualsiasi cosa ti passi per la mente, senza una selezione, un criterio. Senza gusto.

domenica 28 settembre 2014

Outlander (libro) [La saga di Claire Randall #1, Outlander #1]

Presa dall'entusiasmo per la serie tv, mi sono cimentata nella lettura del primo romanzo della serie di Outlander. Outlander, appunto.
Non pensavo che avrei mai detto una cosa del genere con tanta convinzione, ma la serie tv è anni luce migliore, almeno per quanto riguarda l'adattamento del primo libro.

Seguono SPOILER, TANTI SPOILER!

Tante buone premesse e uno svolgimento pessimo.
Pieno di lungaggini e trovate di dubbio gusto, se non proprio stupide.
Per quanto mi riguarda, la storia del cavallo d'acqua di Lochness è il picco di indecenza, ma ci sono tante altre stupidaggini disseminate per il romanzo che non hanno nessun motivo di esistere.
Tra le lungaggini registro sicuramente tutto quello che succede a Lallybroch, soprattutto le inutili e pedanti chiacchiere familiari; per non parlare del "catechismo" di Claire in Francia. Catechismo che non deve esserle servito a molto perché subito dopo l'adorazione del Blessed Sacrament, esegue un rito inventato da una finta strega proveniente dal 1967. Ma che davvero? -_-

È un romanzo eccessivo, privo di senso della misura ed eleganza; l'autrice indugia troppo sulla violenza con il chiaro intento di shockare il lettore, ma a che pro?
Cosa ci guadagna la storia dal racconto dettagliatissimo e  ripetuto per ben due volte, dello stupro di Jamie ad opera di Randall? Niente. L'evento è già raccapricciante in sé, il lettore soffre per le sevizie di Jamie anche senza che vengano descritte minuziosamente. Tra l'altro c'è un cambio di registro improvviso e inaspettato perché fino a quel momento si è convinti di leggere un romanzo leggero, con una componente storica che poteva essere sfruttata meglio, ma tutto sommato piacevole, non accozzaglia di dettagli morbosi, perversi e disturbanti. BOH.

I personaggi principali sono abbastanza inverosimili, troppo estremi nel loro essere buoni o cattivi. I personaggi secondari sono secondari appunto e non hanno alcun tipo di attenzione, a parte Murtagh che però il 90% delle volte in cui appare, non parla, né risponde alle domande che gli vengono fatte, quindi è sempre coerente con se stesso.
In dettaglio, alcuni:
- Claire Beauchamp Randall Fraser: una donna, un portento. Altamente bella, sexy e affascinate attrae tutti gli uomini nei dintorni, che  ovviamente provano (Jamie escluso) a violentarla. Da semplice infermiera di guerra degli anni '40 è in grado di riconoscere qualsiasi malattia e curarla con le piante officinali (salva persino la mano di Jamie dalla setticemia con l'acqua bollente...). È anche una strega wannabe. Visto che non è abbastanza, dopo mezza giornata di addestramento, è in grado di ammazzare due uomini, due soldati, con un pugnale. Ma si sa, le donne sono dei boccioli di rosa e gli uomini non si aspettano di essere accoltellati.
Nessuna spiegazione su come possa ammazzare tre lupi a mani nude e metterne in fuga un altro. Ma ha il più dolce dei sorrisi, sarà quello.
Bestemmia. Perché? Non ci è dato sapere. -_-
- Jamie Fraser: vergine. Jamie è il figlio di una madre ultra pro, cazzuta e volitiva (modello Claire) e di un padre che lo picchiava per il suo bene, ma si sentiva in colpa mentre lo faceva. Erano altri tempi dopotutto. Per l'educazione ricevuta e perché non si portano a letto le donne se non sono tua moglie se no rovini la loro reputazione, arriva a 23 anni vergine. Un uomo bellissimo e prestante. Un guerriero. Nel 1743. In Scozia. Con accesso a prostitute e donne in calore che gli ronzano intorno. CREDIBILISSIMO. Ovviamente diventa un dio del sesso.
Come se non bastasse, Jamie è anche colto, al punto da conoscere oltre all'Inglese e al Gaelico, anche Francese, Italiano, Spagnolo, Greco e Latino. Penso che nemmeno il principe ereditario potesse vantare tutta questa cultura.
Ovviamente è anche coraggiosissimo, tenerissimo, rispettosissimo... però se sbagli, ti punisce con cinghiate sul sedere. Ma lo fa per il tuo bene.
- Jonathan Randall, detto Black Jack: il cattivo più cattivo che c'è. Non c'è molto da dire se non che è un sadico, impotente con le donne perché omosessuale, con un apparente rapporto incestuoso con il fratello. Il suo hobby è stuprare uomini e donne, ma se non può si accontenta di frustare persone.
- Frank Randall: chi? Il povero Frank è il marito che Claire dimentica nel 1945. Non ci è dato sapere niente della sua esistenza perché Claire è troppo presa dalla carne giovane per ricordarsi di lui.
- Dougal MacKenzie: l'altro fratello. Dougal è il fratello scemo di Colum, è il war chieftain e chiaramente rosica per non essere il Laird. È il padre del figlio di Colum, del figlio di Geillis, dei figli di sua moglie e vorrebbe esserlo anche di quelli di Claire.

Ci sono tante piccole cose interessanti in questo romanzo che però l'autrice ha lasciato in disparte, essendo più interessata a raccontare gli accoppiamenti ripetuti di Jamie e Claire, le sensazioni della gravidanza di Jenny, gli stupri mancati, gli stupri avvenuti, il ridicolo processo per stregoneria, etc. A me sarebbe piaciuta qualche parola in più sulla situazione politica, sulle gelosie, sulle dinamiche di corte, sulle lotte di potere, invece sembra di leggere una fanfiction, anzi ho letto delle fanfiction scritte meglio.

Piccola nota conclusiva. Io ho letto il romanzo in lingua originale, ma saltuariamente ho letto alcuni passaggi della versione italiana. La traduzione è indecente e rende il romanzo ancora più insulso di quanto non lo sia in origine.

The Twelfth Doctor

Il dodicesimo Dottore ha rapidamente conquistato il titolo di mio Dottore preferito. Fino ad ora non avevo grandi preferenze tra le incarnazioni del Dottore nel New Who: mi piacevano più o meno allo stesso modo perché, per me, Eccleston, Tennant e Smith si esprimevano davvero al meglio delle loro possibilità, nelle storie scritte su misura per loro. Capaldi, invece, è oltre. È davvero un attore mostruoso, molto carismatico ed esperto. Adoro anche la caratterizzazione che ha dato al Dottore, con tutte quelle frasi acidissime contro gli umani e quel finto cinismo che lo fa sembrare distaccato e superficiale, quando sappiamo perfettamente che non è così.
Quanto a Clara, la preferisco con 12th perché mi sembra che finalmente abbia la profondità che merita come personaggio e sono sinceramente contenta che la relazione con il Dottore non poggi quasi esclusivamente su un qualche tipo di attaccamento sentimentale. Certo il Dottore s'indispettisce quando si rende conto che la sua companion ha un fidanzato umano, ma è bene ricordare che il Dottore è egocentrico, competitivo e pensa di essere il migliore in tutto. :3
L'apparizione del prof. Adrian, con tutto il corredo di sguardi e apprezzamenti del Dottore, mi ha fatto morire dal ridere. :D

Teacher Adrian
© BBC


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venerdì 5 settembre 2014

Outlander

Outlander è la mia nuova ossessione. È una serie tv prodotta da Starz, tratta da una serie di libri scritti da Diana Gabaldon.
Fino alla settimana scorsa non ne avevo mai sentito parlare, poi, per caso ho visto l'opening della serie e mi ha subito conquistato. Le tre puntate trasmesse finora mi sono talmente piaciute che ho iniziato a leggere il primo romanzo.


La serie racconta le vicende di Claire, un'infermiera di guerra, che durante la sua seconda luna di miele a Inverness si ritrova catapultata nella Scozia del 1743. Ovviamente, l'obiettivo ultimo di Claire sarà provare a tornare nel suo tempo, il 1945, ma prima di tutto dovrà trovare il modo di sopravvivere.
Non racconto altro perché penso sia bellissimo iniziare una serie non sapendone assolutamente niente, come è successo a me: nessuna aspettativa, nessun pregiudizio.
Devo spendere, però, due parole su Jamie Fraser, o meglio sull'attore che lo interpreta, Sam Heughan. XD È figo. Vorrei essere in grado di argomentare meglio, ma non lo sono. Le immagini parlano da sole. XD

Jamie
© Starz

Jamie e Claire
© Starz

Jamie
© Starz

E per concludere, una bella foto di gruppo. :D Per me è molto bella.

© Starz

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mercoledì 25 giugno 2014

Clandestina a bordo di Patrick O'Brian

Terribile la storia di Clara. :(

*** SPOILER ***

In generale, ben dosata la tensione a bordo della nave; gli eventi ricordavano vagamente quelli di Ai confini del mare tra Mr Hollom e la moglie del capocannoniere, ma l'evoluzione della storia e gli esiti sono completamente diversi, sicuramente meno drammatici e cruenti. Sono curiosa di capire cosa stia tramando ancora Diana e onestamente, come personaggio, mi ha un po' stancato.
Da un po' di libri, ormai, i romanzi non sono più autoconclusivi ed è una fortuna che io possa leggerli uno dietro l'altro senza aspettare anni, visto che la serie è, per forza di cose, conclusa. Questo modo di lasciare il lettore "insoddisfatto" non mi piace e lo trovo terribilmente scorretto: anche se i libri fanno parte di una serie, ogni capitolo dovrebbe avere una sua conclusione naturale, pur lasciando in sospeso la trama orizzontale, invece si è arrivati al paradosso per cui per sapere come si conclude, ad esempio, una missione devo leggere l'incipit del romanzo successivo. Badly done!

sabato 17 maggio 2014

Duello nel Mar Ionio di Patrick O'Brian

Questo episodio della serie mi è piaciuto leggermente di meno dei precedenti, l'ho trovato un po' lento e il crescendo di tensione che porta allo scontro finale è stato abbastanza telefonato. Probabilmente la lentezza e l'accenno di noia sono effetti voluti, dovuti al blocco navale di Tolone e all'assenza di scontri degni di nota. Ero così contenta di ritornare nel Mediterraneo dopo tanti anni trascorsi dalla conclusione di Primo Comando, ma è stato meno divertente di quanto mi aspettassi.
Jack ha le mani legate praticamente per l'80% del romanzo e tutto quello che succede ci viene raccontato da altri, più che vissuto. Inoltre, il finale non è un vero finale. È vero che anche i romanzi precedenti non sono propriamente autoconclusivi, ma in questo caso la sensazione è sgradevole, probabilmente perché la parte più dinamica e divertente si conclude all'improvviso, senza ulteriori spiegazioni e dettagli che vengono rimandati al capitolo iniziale del romanzo successivo.
Beh, ci sono rimasta male. :D

venerdì 9 maggio 2014

Missione sul Baltico [Aubrey-Maturin #7]

SPOILER

Non so cosa altro potrei scrivere per esprimere il mio entusiasmo per questa serie. :D Sto divorando i libri uno dopo l'altro, senza mai un attimo di noia. Questo romanzo, inoltre, è davvero divertente, nonostante l'ansia tremenda per la missione di Stephen e l'angoscia per la prigionia; il merito è di Jagiello, un bellissimo maggiore lituano al servizio della Svezia. La sua interazione con Stephen è esilarante: sono entrambi totalmente fuori luogo a bordo dell'Ariel, goffi e decisamente d'intralcio. Eventi assolutamente degni di nota sono la partita a scacchi in cui Jagiello cerca di perdere per gentilezza nei confronti di Stephen e la scoperta del Bocconcino del gentiluomo. L'animo romantico di Jagiello è una garanzia anche durante la prigionia a Parigi e quasi mi dispiace per Madame Lehideux. :D
Le camicie non sventolarono più dalle sbarre e Jagiello non fece che cantare, suonare il flauto e mettersi in mostra tutto il giorno, esentato dal compito di spazzare, lavare il pavimento, pulire la tavola e le sedie; fu esentato da ogni compito tranne da quello di rendersi gradito; Jack e Stephen continuavano a tenersi fuori vista, ma, da quanto era dato loro di capire, Jagiello stava avendo un grande successo. A parte le missive quotidiane sempre più voluminose, i due comunicavano mostrandosi a vicenda le lettere di un alfabeto, cantando insieme e per mezzo di segni. Una conversazione laboriosa, che occupava la maggior parte delle ore diurne, e non si capiva come la giovane donna riuscisse a trovare il tempo di cucinare per loro e di occuparsi in modo così perfetto dei loro indumenti.
A parte Jagiello, l'attenzione è focalizzata quasi sempre su Stephen, anche se non si ha mai la sensazione che Jack venga messo da parte. O'Brian è stato davvero bravo a dosare i suoi due protagonisti. La differenza tra i due si riflette anche nella narrazione: Stephen è riflessivo, pensa e analizza molto e per questo è molto spesso voce narrante, mentre Jack è uomo d'azione, è pratico ed è spesso oggetto delle analisi e dei pensieri del dottore. Sono una coppia davvero ben assortita, anche se al di fuori dei rispettivi campi d'azione condividono un non so che di naif. Infine, spero che sia stata messa definitivamente la parola fine alle tribolazioni sentimentali di Stephen. :D

lunedì 5 maggio 2014

Bottino di guerra di Patrick O'Brian [Aubrey-Maturin #6]

SPOILER

Bellissimo! Sì, so di essere ripetitiva, ma non ci posso fare niente, questi libri sono davvero belli e avvincenti. In questo romanzo, per la prima volta Aubrey, pur avendo ottenuto il comando della Acasta, non ha fisicamente il comando di alcuna nave: partito dalle Indie Orientali Olandesi a bordo de La Flèche del Capitano Yorke, non riuscirà mai a raggiungere Portsmouth per prendere possesso della sua nuova nave.
HMS Java fighting against USS Constitution (Wikipedia)
Un incendio a bordo de La Flèche, costringe Aubrey, Maturin e una decina di marinai e ufficiali della Leopard ad abbandonare la nave su una lancia senza vele nell'Oceano Atlantico del Sud; successivamente, dopo esser stati salvati dal Capitano Lambert della Java, assistono alla sconfitta della nave e vengono fatti prigionieri dagli Americani. Nello scontro con la USS Constitution Aubrey è ferito gravemente al braccio destro, ma al di là delle aspettative, riesce a sopravvivere ed è ricoverato presso l'ospedale psichiatrico del Dr. Choate, a Boston, in attesa dello scambio dei prigionieri. In realtà gli Americani cercano un capro espiatorio per l'incidente avvenuto anni prima tra la Leopard (comandata dal Capitano Salusbury Pryce Humphreys) e la Chesapeake, in cui la nave americana fu cannoneggiata dalla fregata inglese dopo essersi rifiutata di consegnare i disertori inglesi. Accusano Aubrey di aver aggredito il mercantile Alice B. Sawyer, ma Jack riesce a dimostrare che in quel periodo la Leopard era in fuga dal vascello olandese Waakzaamheid. Inoltre Maturin viene riconosciuto da Dubreuil, una spia francese, che dopo aver tentato, invano, di rapirlo, attenta alla sua vita. Alla fine, Aubrey e Maturin riescono a scappare e a rifugiarsi presso la Shannon, una fregata inglese che si trova al largo di Boston.
Dicevo, per la prima volta Aubrey è costretto a fare da spettatore: partecipa alle azioni militari, ma non ha voce in capitolo. In tutto il romanzo emergono la sua frustrazione e la sua sofferenza, non solo fisica per via del braccio ferito, ma soprattutto spirituale. Aubrey si identifica anima e corpo con la Royal Navy e i fallimenti di quest'ultima influiscono pesantemente sul suo spirito. Tuttavia anche quando sembra non esserci più speranza, il suo carisma e la sua autorevolezza s'impongono e risulta un naturale punto di riferimento per chi gli è intorno. Alla sofferenza spirituale di Jack fa da contraltare la mancanza di "sentimento" di Stephen. Maturin realizza improvvisamente di non essere più innamorato di Diana e questa consapevolezza lo priva della forza vitale. Dopo anni di sofferenze causate da un amore non corrisposto e lenite con il laudano, ora Stephen ha bisogno del laudano per sopportare il vuoto dovuto alla mancanza d'amore. Offre a Diana una scappatoia proponendole nuovamente il matrimonio, ma a spingerlo non è il sentimento che l'aveva portato a dichiararsi in India, ma solo la necessità di salvarla. Probabilmente adesso Diana è davvero innamorata di Stephen, ma come spesso accade, ha perso la sua occasione. Non so come andrà a finire tra i due, ma spero che Stephen possa pian piano imparare nuovamente ad amarla.
Il rapporto tra Aubrey e Maturin è, se possibile, ancora più intimo e solido. Si prendono cura l'uno dell'altro con una dedizione e una fedeltà tali da trascendere il rapporto fraterno. Per me sono meravigliosi e provo un'invidia assoluta per questa amicizia così pura, che va oltre le differenze di carattere, di interessi, di stile di vita e di esperienze.
Jack a Stephen:
Signore Iddio, come vorrei liberarti da queste brutture, così sudice e squallide... come vorrei essere sul mare!

mercoledì 23 aprile 2014

Verso Mauritius di Patrick O'Brian [Aubrey-Maturin #4]

SPOILER

Verso Mauritius è il quarto romanzo della serie di Aubrey e Maturin ed è quello che mi ha fatto patire di più! :D
Aubrey, dopo un periodo forzato a terra a mezza paga e la solita sfortuna che lo accompagna quando non è per mare, ottiene il comando della Boadicea con gli ordini di recarsi al Capo di Buona Speranza, per poi dirigersi verso Mauritius per conquistare l'isola e porre fine alle scorribande delle navi da guerra francesi. Giunto al Capo, Aubrey riceve dall'ammiraglio Bertie l'insegna di commodoro e inizia la sua missione.
Per la prima volta, Jack non prende parte direttamente all'azione, ma coordina le azioni dei comandanti a lui sottoposti, i quali mossi da invidie reciproche e ambizioni personali, sono più interessati a recitare il ruolo di primadonna piuttosto che a collaborare. Dopo aver conquistato facilmente Reunion, la flotta inglese subisce gravi perdite a Ile de la Passe (un'isola nella barriera corallina di Mauritius) al punto da mettere a rischio l'esito della missione.
La battaglia presso Grand Port e Ile de la Passe è stata terribile! I comandanti inglesi bruciano il vantaggio sui francesi e alla fine perdono quattro navi: Sirius e Magicienne incendiate, Nereide catturata e Iphigenia abbandonata e catturata. La vera protagonista della battaglia è la barriera corallina, insidiosa e infida che impedisce alle navi di manovrare in sicurezza e amplifica gli errori compiuti dai comandanti inglesi. Per tutta la durata della battaglia il commodoro Aubrey si trova con il resto della flotta a Saint-Denis e nonostante la sua assenza fisica, è stato sempre presente nei miei pensieri (LOL). È impossibile non chiedersi cosa avrebbe fatto Jack, come avrebbe manovrato la sua nave, si sarebbe arreso come Clonfert o avrebbe abbandonato la nave come Pym (dubito). In questo romanzo si percepisce tutta la frustrazione di Jack a dover essere "solo" uno spettatore dell'azione e quando alla fine deve intervenire per tentare di recuperare gli errori dei suoi comandanti, finalmente riappare il vecchio Aubrey audace, ma non sconsiderato. Ed è questa una delle differenze principali con Clonfert. Quest'ultimo è sconsiderato, è così insicuro, competitivo e ansioso di primeggiare che si butta, quasi alla cieca, in azioni inutilmente rischiose. Jack, al contrario, sottomette la sua ambizione alle necessità del comando e alla sicurezza dei suoi uomini e della sua nave. Non si tira indietro in uno scontro, ma non immola il suo equipaggio e non rischia la sua nave solo per pavoneggiarsi in società e acquisire titoli.
[Jack] Fino a questo momento aveva sempre sopportato questi rovesci della fortuna con singolare magnanimità, assai maggiore di quanto mi aspettassi. Non una parola sulla disastrosa follia di Clonfert [...]. Nessun commento nemmeno sulla cocciuta stupidità di Pym. E tuttavia la grandezza d'animo ha i suoi limiti: forse questo è il punto di rottura?
No, non lo è. Jack, anche quando l'ammiraglio Bertie appare al momento giusto per accaparrarsi gli onori della missione, rispetta il servizio e la gerarchia, visti come un bene superiore e come basi imprescindibili per la solidità delle istituzioni. Sfortunatamente, rappresenta un'anomalia in un mondo di personalismi, invidie, avidità ed egoismo.
Come già detto in precedenza, io subisco tutto il fascino del comandante Aubrey e sono felicissima che esistano ancora 15 libri prima di dovermi separare da lui. :D
Onore a O'Brian per aver creato una coppia di protagonisti con pari dignità e considerazione, in cui nessuno dei due si riduce a fare da spalla all'altro. Maturin è indispensabile alla narrazione quasi quanto Aubrey. È il deus ex machina per eccellenza e vigila sull'amico come un vero fratello, anzi forse anche più di un fratello essendo completamente indifferente a cose come invidia e competizione.

venerdì 18 aprile 2014

Buon vento dell'Ovest di Patrick O'Brian [Aubrey-Maturin #3]

SPOILER

Ho finito anche Buon vento dell'Ovest, il terzo capitolo della serie di Aubrey e Maturin di Patrick O'Brian. Il buon vento dell'Ovest è quello che gonfia le vele della Surprise in viaggio verso le Indie Orientali.
Ribadisco quanto detto per i due romanzi precedenti: sono assolutamente entusiasta di questa serie e anche se gli eventi possono sembrare ripetitivi, la noia non ha mai fatto capolino. Sono stata totalmente rapita dalla lettura, al punto da staccarmene con difficoltà e solo quando era proprio necessario.
I due protagonisti sono molto affascinanti e carismatici, mentre i personaggi secondari non sono buttati via, ma hanno una loro dignità anche se possono risultare leggermente stereotipati. Qualcuno ha mai pensato che Diana Villiers potesse comportarsi in modo diverso? Io no. La fiction è piena di donne del genere, intrappolate nel ruolo che pensano di dover interpretare. E non solo la fiction. Nonostante non mi aspettassi niente di buono da Diana, ci sono rimasta malissimo quando parte con l'americano. Mi ha ricordato terribilmente Willoughby di Sense & Sensibility. Beh, spero che il capitolo Diana sia finalmente archiviato e dimenticato, Maturin merita di meglio. Povero Stephen! Catturato e torturato a causa dell'imprudenza del Primo Lord dell'Ammiragliato e abbandonato dal suo grande amore, senza dimenticare il tragico duello e la piccola Dli. :( Come nel precedente, anche in questo romanzo spicca particolarmente il lato umano di Stephen, la sua debolezza, tenerezza e insicurezza nascoste da una facciata di distacco analitico e razionalità.
Quanto a Jack, è sempre splendido. :D Sono di parte, lo so. Mi riconosco molto in Maturin e forse per questo, subisco il fascino di Aubrey, in mare però. :D
La navigazione della Surprise è coinvolgente e suggestiva; ho patito anche io la mancanza dei venti a nord dell'Equatore, lo scorbuto, la tempesta nell'Oceano Antartico e in generale la lentezza del viaggio verso le Indie Orientali; e ho fatto il tifo per Aubrey e la sua flotta di navi della Compagnia delle Indie, nella battaglia contro le fregate francesi.
Non c'è molto altro da dire perché, come ho già scritto, per me questo romanzo conferma le impressioni positive dei precedenti.

lunedì 14 aprile 2014

Jack e la Polychrest

Costa sottovento - Patrick O'Brian - Longanesi

Jack ruzzolò insieme agli altri, fu calpestato e, quando riuscì a districarsi dal groviglio di arti e di corpi, con un balzo si portò all'impavesata. «Goodridge! Goodridge! Potete portarla ad affiancarci?»
«Non oso, signore, non con la marea calante, ho solo un paio di braccia di profondità qui. Non avete barche?»
«No. Recuperate la gomena e intugliatene un’altra. Mi sentite?» Quasi non riusciva a sentire se stesso. I brigantini avevano virato di bordo e ora stavano facendo fuoco sul banco di sabbia dalle vicinanze del porto. Si tolse la giacca, posò la spada e mentre si tuffava in acqua un pezzo di ferro lo colpì alla testa, mandandolo quasi a fondo; ma, sebbene fosse intontito, il suo corpo reagiva automaticamente e ben presto la mano incontrò la murata della Fanciulla. «Issatemi a bordo», gridò.
Sedette sul ponte, ansimando, gocciolante. «C’è qualcuno che sa nuotare qui?» Silenzio, nessuna risposta. «Potrei provare attaccandomi a una grata», disse una voce ansiosa.
«Passatemi la cima», disse Jack, avviandosi alla biscaglina.
«Non volete sedervi e bere qualcosa? Siete tutto insanguinato, signore», domandò Goodridge supplichevole. Jack scosse il capo con impazienza e il sangue sprizzò sul ponte. Con la marea in fase calante, ogni secondo contava. Intorno alla Polychrest l’acqua era già più bassa di almeno sei pollici.
Scese la scaletta, si calò in acqua e si allontanò nuotando sul dorso. Il cielo era attraversato dai lampi delle esplosioni quasi continue e negli intervalli la luna brillava, incurvata come uno scudo. Di colpo Jack si rese conto che c’erano due lune che galleggiavano, si allontanavano l’una dall'altra, giravano, e Cassiopea non si trovava dove doveva essere. L’acqua gli riempì la gola. «Perdio, sono stanco, i sensi se ne vanno», disse e, rigirandosi, alzò la testa per rendersi conto della sua posizione. La Polychrest era lontana alla sua sinistra, non davanti a lui. E a bordo gridavano, sì, stavano gridando. La cima arrotolata a una spalla, si concentrò con tutte le sue forze, fissando la nave, tuffando il capo a ogni bracciata, rialzandolo per fissarla di nuovo; ma che deboli bracciate… certo, stava andando contro la corrente di marea. E come era pesante la cima!
«Così, sì, così va bene», disse, cambiando direzione per tener conto della corrente. Nelle ultime venti iarde gli parve che le forze si ravvivassero, ma riuscì soltanto a restare lì, sotto la poppa, senza più fiato per salire. A bordo si stavano agitando, cercavano di tirarlo su. «Prendete la cima, che Dio vi stramaledica tutti quanti», cercò di gridare con una voce che gli giungeva da lontano. «Portatela a prua e virate, virate…»
In fondo alla biscaglina Bonden lo aiutò a uscire dall'acqua, lo guidò sul ponte e là Jack rimase seduto su un barile di micce mentre il cabestano girava prima veloce, poi sempre più lentamente. E mentre il cabestano girava, l’onda lenta, insistente, sollevava la poppa della Polychrest, depositandola poi con un tonfo sulla sabbia indurita; e tutta l’artiglieria francese continuava a martellarla. Il carpentiere gli passò accanto di corsa con la stoppa in mano per tappare un’ennesima falla. La Polychrest era stata colpita almeno una dozzina di volte da quando era ritornato a bordo, ma per Jack quel fuoco ininterrotto non aveva importanza in quel momento, era solo un rumore di fondo, un semplice fastidio, un ostacolo all'opera che sola contava.
«Vira forte, vira forte!» gridò. Ora lo sforzo era al massimo; non un clic dalle castagne del cabestano. Jack barcollò fino a un posto vuoto su una barra e vi si gettò sopra con tutto il suo peso, scivolò sul sangue, puntò di nuovo il piede. Clic: tutto il cabestano gemeva. Clic. «Si muove», bisbigliò l’uomo accanto a lui. Uno stridere lento, esitante, poi l’onda arrivò da poppa e la nave si sollevò. «Galleggia! Galleggia!» Un entusiasmo selvaggio, e un’acclamazione lontana in risposta.
«Vira, vira», disse. Doveva essere liberata completamente. Ora il cabestano girava, girava più rapidamente di quanto la gomena potesse essere passata avanti; la Polychrest avanzò pesantemente nel canale profondo. «Basta virare. Tutta la gente a far vela. Signor Parker, tutto quello che si può spiegare.»
«Come? Chiedo scusa, signore, non ho…» Non importava. I marinai che avevano sentito erano già a riva: la vela di maestra lacerata venne spiegata, la vela di straglio di maestra era quasi intatta e la Polychrest aveva sufficiente abbrivo per governare, Jack la sentiva viva sotto di sé e la vita rinacque anche nel suo cuore, colmandolo. «Signor Goodridge!» gridò con rinnovato vigore, «tagliate i cavi e portatemi fuori del Ras du Point e poi filate un'alzana non appena vi sarete mossi.»
«Aye, aye, Sir.»
Andò alla ruota, portando la nave sul lato sopravvento del canale, in modo che il suo scarroccio non la facesse arenare di nuovo. Signore Iddio, com'era pesante e come arrancava sull'onda! E come era bassa sull'acqua. [...] «Signor Pullings, prendete con voi qualche marinaio svelto e cercate di raccogliere l'alzana. Che c’è, signor Gray?»
«Sei piedi d’acqua di sotto, signore, prego. E il dottore chiede se può mettere i feriti nella vostra cabina. Li ha spostati dall'infermeria al quadrato, ma ormai è allagato anche quello.»
«Sì. Certamente. Non potete turare ancora le falle? Le pompe entreranno in azione fra poco.» «Farò del mio meglio, signore; ma temo che non si tratti dei fori dei proiettili. La nave si sta aprendo come un fiore.»
[...]
E dopo quella mezz'ora, il tempo necessario a percorrere il canale e a provocare tutto quello sfacelo, la Polychrest avanzava così pesantemente, sforzando a tal punto l'alzana, che Jack chiamò la Fanciulla e il bastimento da trasporto perché gli si affiancassero.
Scese sottocoperta, aiutato da Bonden, e si assicurò della veridicità del rapporto disperato del carpentiere; dopo avere dato le disposizioni necessarie per il trasferimento dei feriti sulla corvetta e per la sistemazione dei prigionieri, mise al sicuro le sue carte. Mentre i tre velieri dondolavano sull'onda gentile della bassa marea, rimase seduto in coperta a guardare gli uomini stanchi che trasportavano dalla Polychrest i loro compagni, i loro averi e tutto il necessario.
«È tempo di andare, signore», disse Parker, con Pullings e Rossall pronti a sollevare il loro comandante fuoribordo.
«Andate», disse Jack. «Io vi seguirò.» Esitarono; poi, colta la nota appassionata nella sua voce e sul suo viso, passarono sulla corvetta e si trattennero all'impavesata. Il vento era girato e soffiava ora da terra; il cielo si andava schiarendo a oriente; erano fuori del Ras du Point, al di là delle secche, e l’acqua al largo era di un bell'azzurro profondo. Jack si alzò in piedi, si avviò, sforzandosi di camminare diritto, fino al portello sfondato di un cannone; saltò, un salto appena sufficiente a portarlo sulla Fanciulla, barcollò, poi si girò a guardare la sua nave. La Polychrest impiegò più di dieci minuti a colare a picco e a quel punto il sangue, quel poco che gli era rimasto, aveva formato una pozza ai suoi piedi. L’aria uscì in un sospiro dai boccaporti e la nave affondò lentamente, posandosi sul fondo, la punta degli alberi scheggiati che fuoriusciva di un piede dall'acqua.
«Vieni, fratello», gli disse Stephen all'orecchio, come in un sogno, «devi scendere da basso, stai perdendo troppo sangue. Vieni, vieni. Presto, Bonden, aiutatemi a trasportarlo.»

Che cosa ci faccio qui?

Mi chiedo perché, nel corso della vita, ho incontrato praticamente solo persone concentrate su se stesse, per le quali lo stare insieme non è un momento di condivisione, ma solo un one-person show in cui attirare tutta l'attenzione su di sé.
Persone che sanno solo parlare e mai ascoltare; solo chiedere, pretendere e manipolare; non fanno nemmeno finta di concederti un briciolo di spazio come contentino, niente. O ti pieghi ad essere un loro cortigiano o non sei nessuno. E allora voglio essere nessuno, anche perché le vite e i problemi, presunti o veri, degli egocentrici mi interessano in modo relativo.
Vorrei, però, anche essere capace di tener testa a queste persone perché, alla lunga, farsi da parte è stancante e anche un po' mortificante.
Ovviamente le eccezioni ci sono e sono le poche persone con cui passo volentieri il mio tempo, ma non riesco a non notare come le proporzioni siano vistosamente sbilanciate.
Ho passato tutta la vita a chiedermi "che cosa ci faccio qui?" ogni volta che mi trovavo in un contesto un po' più "sociale", sia che si trattasse di estranei, sia di conoscenti, amici o familiari, e pensavo che a un certo punto avrei smesso, ma questo momento, a quanto pare, non è ancora arrivato.
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venerdì 11 aprile 2014

Coriolanus

Ieri sera sono andata al cinema a vedere Coriolanus (National Theatre Live).
Non smetterò mai di ringraziare NTLive per questi eventi, anche se l'orario in cui gli spettacoli vengono proiettati è sempre problematico: dopo una giornata di lavoro è un po' pesante seguire una rappresentazione teatrale sottotitolata che dura in media 2 ore e 3/4, più la pubblicità. Ieri per esempio l'orario di inizio della proiezione era 20.45 e siamo usciti dal cinema a mezzanotte. Se l'opera non ti prende subito, il sonno prevale e allora diventa una tortura. Per esempio, ho visto due volte Frankenstein di Danny Boyle con Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller senza colpo ferire, ma The Audience con Helen Mirren e Macbeth con Kenneth Branagh sono stati davvero difficili da reggere, nonostante fossero oggettivamente bellissimi. Ieri temevo, appunto, che Coriolanus rientrasse nella seconda categoria... e mi sbagliavo! :D

Coriolanus

Non conoscevo questa tragedia di Shakespeare, ma ne conosco pochissime, quindi non fa testo. Conoscevo però alcuni attori protagonisti e non vedevo l'ora di vederli tutti insieme. Tom Hiddleston è Tom Hiddleston, quasi tutti lo conoscono per il personaggio di Loki, ma ha recitato anche in War Horse, Miss Austen Regrets, The Hollow Crown e in altre produzioni che non ho visto. Chiaramente Hiddleston è il nome di punta, a cui probabilmente si deve la popolarità di questo evento: il cinema era molto più pieno del solito e ogni tanto partivano gli urletti da crisi ormonale (per fortuna solo durante la pubblicità). Mark Gatiss interpreta Menenio e io lo adoro. Non servono altre spiegazioni. XD E poi c'è Hadley Fraser che ho conosciuto come Raoul nel 25th Anniversary di The Phantom of the Opera. È stato una sorpresa perché nel POTO 25th mi era sembrato un po' OOC, troppo rabbioso per un Raoul che per 3/4 della storia è convinto che Christine abbia solo una fervida immaginazione. In Coriolanus, invece, mi è piaciuto tanto, anche lui.

Coriolanus
Complessivamente la tragedia mi è piaciuta, nonostante l'allestimento non classico (non sono un'amante del teatro moderno a tutti i costi, diciamo così). Avrei preferito un po' meno veemenza da parte di Volumnia e secondo me c'è un po' di overacting (credo, assolutamente voluto) da parte dell'attrice. A essere sinceri il personaggio di Volumnia proprio non mi è piaciuto, l'ho trovato irritante, ipocrita ed egoista. E soprattutto, parla troppo. :D La supplica finale con cui convince il figlio a sacrificarsi per il bene di chi lo aveva scacciato e umiliato, è stata lunghissima e ignobile.
Il finale mi ha preso alla sprovvista, mi aspettavo una carneficina totale e invece a pagare è solo Coriolano, troppo puro (non nel senso di buono eh) e onesto. Non capisco perché Gatiss si riferisca a Coriolano come un proto-fascista, secondo me i fascisti sono i tribuni della plebe, populisti e mistificatori. Coriolano schifa profondamente il popolo visto come un insieme di vigliacchi approfittatori che vogliono usurpare il potere ai patrizi, ma tutto quello che gli succede è appunto dovuto al suo manifestare apertamente questo sentimento di disprezzo. Auspica una tirannia o meglio un'oligarchia dei nobili, ma tutto gli si può dire tranne che è populista, caratteristica indispensabile, a mio avviso, per qualsiasi accusa di fascismo. :D
Considerazioni politiche a parte, anche se di politica ce n'è davvero tanta in questa tragedia, il carisma di Tom Hiddleston regge buona parte dello spettacolo, è davvero bravo e al momento dei saluti, mi è sembrato anche discretamente esausto. Non che gli altri attori non siano bravi, ma lui spicca su tutti.

Foto: Coriolanus - NTlive.com

giovedì 10 aprile 2014

Costa sottovento di Patrick O'Brian [Aubrey-Maturin #2]

SPOILER

Ho finito anche il secondo romanzo della serie di Aubrey e Maturin e ne sono entusiasta.
Come il precedente è davvero avvincente, soprattutto durante la navigazione. Si parte con il naufragio della Bellone e si raggiunge il culmine dell'azione con la cattura della Fanciulla e l'affondamento della Polychrest. A terra, invece, il romanzo si sviluppa come un qualsiasi romanzo dell'epoca (anche se non è stato scritto in quel periodo :D), con i classici topoi dell'affascinante avventuriera in stile Mary Crowford o Becky Sharp (Mansfield Park di Jane Austen e La fiera delle vanità di Thackeray), della mite e angelica fanciulla in balia di una madre bisbetica (Mrs. Bennett?) e dei debiti insolvibili (Dickens? Thackeray?). Anche se sa di già letto, non risulta comunque noioso e l'ingresso di due donne contribuisce a delineare meglio le personalità dei due protagonisti.
In particolare, l'attenzione si concentra su Maturin, sul suo essere una spia perfetta, abile con la spada e la pistola, ma totalmente incapace di gestire i rapporti interpersonali, soprattutto con l'altro sesso. Una serie di malintesi, di frasi non dette e di sotterfugi, crea tra i due amici una tensione tale che li porta a sfidarsi a duello. Un duello che non si terrà mai: non ci viene detto perché, ma è facile intuire che la motivazione risieda nella profonda amicizia, fiducia e vicinanza tra i due. Penso che quella tra Aubrey e Maturin sia una delle bromance più belle mai lette, è molto coinvolgente e verosimile, tiene conto delle personalità molto diverse di entrambi e delle gelosie che nascono trai due. Sono così affiatati e carini insieme che tra un po' inizierò a shipparli! :D
In ogni caso, anche se in questo romanzo ci si sofferma molto sugli stati d'animo e i pensieri di Maturin che spesso rappresenta la voce narrante, Aubrey non viene messo da parte. Dato che, per vari motivi, passa molto tempo a terra, la differenza tra le sue due personalità è molto più evidente. Ancora una volta ci viene mostrato un Jack goffo e impacciato che viene disarcionato da cavallo e che gestisce la sua casa come se fosse la sua nave, ingenuo e imprudente nel relazionarsi con le donne, e un comandante Aubrey coraggioso, audace e carismatico, sensibile all'umore dei marinai e capace di un rapporto quasi fisico con la sua nave. È un personaggio molto affascinante, che si ama o si trova insopportabile. Per me è un adorabile cazzone. :D

venerdì 4 aprile 2014

Primo comando di Patrick O'Brian [Aubrey-Maturin #1]

SPOILER

Primo comando, in inglese Master and Commander, è il primo di una serie di romanzi di Patrick O'Brian, ambientati durante le guerre napoleoniche. Se il nome vi sembra familiare, non è un caso: è il romanzo a cui si ispira il film Master and Commander con Russell Crowe. Sono giunta a questo libro dopo aver letto un post che mi ha, ovviamente, incuriosito tantissimo, scritto da un janeite (yes, a man! ^_^ ).
È un romanzo di avventura e, se escludo Viaggio al centro della Terra e Il giro del mondo in 80 giorni che per me sono state più favole che romanzi*, penso sia il primo romanzo di avventura che leggo. Non avevo aspettative molto alte, pensavo fosse solo un romanzo ambientato su una nave da guerra, cosa può mai succedere, a parte gente mutilata o morta? Ecco, chiaramente mi sbagliavo!
Nonostante il racconto sia abbastanza ripetitivo, è davvero avvincente. In sostanza il brigantino/corvetta Sophie non fa altro che navigare nel Mediterraneo, intercettando navi spagnole e francesi, scontrandosi con esse e uscendone vincente o perdente, ma questo non risulta mai noioso perché i personaggi sono molto credibili e si comportano in modo coerente, mentre le azioni di guerra curate e dettagliate rendono la narrazione verosimile e mai scontata. Non ci sono eroi, non ci sono uomini perfetti che incarnano ideali o virtù, si tratta solo di uomini, alcuni avidi, altri stupidi, altri incoscienti, altri ancora coraggiosi, immaturi, testardi, infidi, vigliacchi, manipolatori, invidiosi, feriti, tormentati, teneri, intelligenti, ma sempre e solo uomini. Questo continuo mostrare le debolezze dei vari personaggi rende subito chiaro che non ci saranno personaggi immuni al dolore e alla sofferenza, fisica o psicologica che sia. Inoltre, e questo non me lo aspettavo, la personalità dei personaggi principali, ad esclusione di Maturin, cambia a seconda che si trovino per mare o a terra. Il capitano Aubrey che a terra risulta essere un ragazzone goffo, sanguigno e un po' inopportuno, a bordo è invece deciso, audace, carismatico e, per certi versi, saggio.
Mi è dispiaciuto davvero tanto per Dillon, più per il suo tormento interiore che per il resto e avrei voluto che ci fosse un chiarimento prima che fosse troppo tardi. Ci ho sperato fino all'ultimo, ma complimenti a O'Brian perché non mi ha accontentato e mi ha colto alla sprovvista. Dopotutto in base alla mia esperienza, è più facile che un malinteso rimanga tale piuttosto che una delle due parti si decida a risolverlo, quindi perché in un romanzo sarebbe dovuto essere diverso? Forse proprio perché è un romanzo e lì si può edulcorare un po' lo squallore della realtà. :D Comunque, come ho scritto, la fine di Dillon mi ha sorpreso e anche io come Aubrey ho pensato a lui per molto tempo. In generale, questo romanzo è riuscito a farmi provare molte sensazioni, dalla tensione per l'esito degli scontri, al senso di libertà, passando per indignazione, tenerezza, soddisfazione, delusione, orgoglio. Giusto il finale mi ha lasciato un po' interdetta perché non mi aspettavo che finisse in modo così netto e improvviso, ma considerando che si tratta di una serie, ci sta.
Il grande difetto, se così si può chiamare, di questo libro è l'immenso vocabolario nautico necessario per capire la vita a bordo, la configurazione delle navi e le varie manovre. Alla fine del libro c'è un piccolo dizionario, ma non è facile ricordare tutti i termini e non si può consultare una definizione ogni tre righe senza rovinare il ritmo della lettura. Inoltre, la mia curiosità mi ha praticamente costretto a cercare su Google le foto dei vari velieri citati, almeno per capire a grandi linee la differenza, per non parlare delle varie vele e sezioni di una nave che risultavano poco chiare anche dopo aver letto le rispettive definizioni. Dopo un po' mi sono arresa e ho deciso che una vela resta una vela indipendentemente dalla sua forma, dimensione e posizione. :D
In generale, questo romanzo è stata una bellissima sorpresa e mi ha completamente catturato. Ho già iniziato il successivo della serie, Costa sottovento.

 *Perdonami, Jules, non è colpa tua, è il tempo e il progresso scientifico! Comunque, sappi che mi sono divertita molto a leggere i tuoi libri.

sabato 22 marzo 2014

Catfish


Qualche tempo fa, ho beccato su MTV un programma chiamato Catfish: False identità. Le identità false sono quelle di chi mente online, di chi, cioè, si crea una nuova identità sfruttando l'anonimato del web.
La serie prende spunto dal docu-film omonimo che racconta la relazione virtuale nata tra Nev e Megan, sorella di Abby, una bambina del Michigan con la passione della pittura che invia a Nev un quadro tratto da una sua foto apparsa su una rivista. Non descrivo ulteriormente il film, dico solo che l'ho trovato molto coinvolgente e sentito. Non so se sia vero o recitato, se sia completamente inventato o se sia tratto da una storia reale, anche se recitata, non lo so e non mi interessa perché penso che il racconto abbia un valore intrinseco e ho apprezzato la completa assenza di giudizi nei confronti del mezzo informatico e del web.
Anche se sono completamente fuori target per MTV, questo programma ha subito catturato la mia attenzione. Ho anche cercato e visto il film uscito nel 2010. Perché?
È presto detto: io e mio marito ci siamo conosciuti online 10 anni fa circa. Dopo un paio di mesi dal nostro primo contatto ci siamo incontrati e dopo un luuuuunghissimo rapporto a distanza in cui passavamo insieme solo un giorno a settimana, siamo andati a vivere insieme e l'anno successivo ci siamo sposati. Un lieto fine, insomma. :)
Noi ci abbiamo creduto, ci siamo impegnati, abbiamo sofferto la distanza e superato molte difficoltà, ma alla fine siamo finalmente insieme e a differenza di molte altre coppie, conosciamo il valore della solitudine e, ancora di più, quello dello stare insieme.
Probabilmente una relazione a distanza così lunga ci ha portato a sviluppare un senso di fiducia reciproca pressoché illimitato: non siamo gelosi l'uno dell'altro, non siamo oppressivi, asfissianti o possessivi. Probabilmente il fatto di esserci conosciuti come due persone normali che si conoscono in giro, senza alcun intento sentimentale recondito, ha contribuito a far nascere tra noi una vicinanza e un'intimità che difficilmente avevamo sperimentato prima con altre persone. Probabilmente siamo stati fortunati. Probabilmente siamo stati anche un po' irresponsabili.
L'unica certezza è che, tra noi, non abbiamo mai mentito. Quando ci siamo visti per la prima volta di persona, eravamo le stesse persone che trasparivano dalle frasi scritte in chat o nei forum.
Ora parlo per me. Oltre a mio marito, online ho conosciuto molte altre persone. Alcune le ho incontrate da sola, alcune insieme a quello che non era ancora mio marito, alcune non le ho mai incontrate anche se mi sarebbe piaciuto tanto, alcune avrebbero voluto incontrarmi e io ho benedetto la distanza che ci separava.
Ho fatto il mio primo ingresso online a 16 anni, nel 1999 circa. Fino a quel momento il mio mondo era costituito dalla mia famiglia, dalla scuola e da uno sparuto gruppo di amiche. Il denominatore comune di queste tre realtà era il sentirmi costantemente fuori luogo. Non mi trovavo bene a casa con genitori, fratelli, zii, cugini e nonni che mi trattavano come una ragazzina particolare, diciamo così, ma in realtà, dal mio punto di vista erano tutti abbastanza offensivi e superficiali. Non mi trovavo bene con le mie amiche che nel frattempo si erano fatte altre amiche e con le quali, ormai, avevo davvero poco in comune. Non mi trovavo bene a scuola ed è un eufemismo. Ho sofferto tantissimo a scuola, mi sentivo trattata da idiota perché non riuscivo a comunicare con i miei coetanei. Non mi piacevano le stesse cose che piacevano a loro e non vivevo le cose come facevano loro. Ci ho provato tanto e in tutti i modi a essere come loro, ad aprirmi e a condividere, ma niente, ero sempre irrimediabilmente messa da parte o peggio, ridicolizzata; sfruttata quando c'era bisogno e poi scartata.
Una volta connessa, la mia prima azione fu accedere a Usenet e scaricare la lista dei newsgroup. Fu così che scelsi un ng e dopo qualche settimana di lurking, mi presentai e fui accolta con molto calore dalla community. Per la prima volta potevo condividere i miei interessi con altre persone senza che queste ridessero di me o sminuissero o ridicolizzassero ciò di cui parlavo. Fu qualcosa di totalmente coinvolgente e gratificante.
In quel periodo conobbi tante persone, quasi tutte più grandi di me, anche molto più grandi di me, ma non esistevano i cellulari super accessoriati di oggi (e comunque io non avevo il cellulare), né le macchine fotografiche digitali e le connessioni a 56K domestiche rendevano pressoché impossibile l'uso di webcam (che tanto io non avevo). Era un periodo strano, ci eravamo conosciuti online ma ci scambiavamo gli indirizzi di casa per scriverci lettere cartacee, quando avremmo potuto inviarci un'email. :D
Con il passare del tempo, legai particolarmente con alcune persone con cui restai in contatto negli anni successivi. Iniziai anche a capire cosa accomunava gran parte delle persone con cui interagivo online: la solitudine. In un modo o nell'altro, eravamo tutti soli, magari pieni di gente intorno, ma intimamente distanti da queste persone. Per alcuni era solo un periodo, per altri era una condizione costante. C'erano anche persone con palesi problemi psicologici che trascinavano assurde rivalità virtuali anche nella vita reale o che manipolavano utenti ignari (e ingenui) per conquistare il potere virtuale. E io mi son sempre chiesta, a che pro? Che te ne fai di essere il leader di un gruppo di 20 persone che non hai mai visto e che probabilmente non vedrai mai?
Man mano che il web evolveva e diventava di massa, spuntarono siti personali e forum. Continuavo a conoscere persone, ma ormai ero cresciuta, avevo circa 20 anni e avevo imparato a convivere con la mia solitudine, non avevo più bisogno di un contatto diretto e personale con le altre persone online, mi bastava scrivere negli spazi pubblici, confrontarmi e ricevere feedback. Ho sempre avuto tanto da dire e nessuno a cui dirlo. Non mi riferisco solo alle chiacchiere autoreferenziali che scrivo sul blog, ma proprio ad argomenti che mi stanno a cuore, come la politica o la letteratura. Avere opinioni è una delle caratteristiche delle persone curiose, ma queste opinioni devi metterle alla prova e confrontarle con altre, altrimenti diventano stantie. Offline non c'era nessuno ad ascoltarmi e a rispondermi e non perché non avessi persone intorno, ma perché non avevo intorno le persone giuste. Offline ti devi tenere le persone che ti capitano e andarti a cercare quelle che vorresti è abbastanza difficile, soprattutto per chi vive in piccoli centri provinciali. Online, no, puoi scegliere ed entri in contatto con una varietà di opinioni e idee impressionante e stimolante. È bello, no? Per me, molto.
Ero così frustrata nella mia vita offline per l'impossibilità di esprimere la mia personalità, che online non avrei avuto alcun motivo plausibile per mentire e fingermi quello che non ero. Ero me stessa all'ennesima potenza, non avevo paura di esprimere le mie opinioni, né di scrivere cazzate perché per quanto potessi essere giudicata o etichettata in qualche modo, questo non avrebbe mai e poi mai potuto interferire con la mia vita offline. Non ho mai pensato che la vita online avesse meno valore di quella offline, nel senso che le emozioni e sensazioni che provi nelle interazioni online sono fin troppo reali, ma la vita offline è quella che siamo costretti a vivere, quella in cui dobbiamo lavorare, quella in cui abbracciamo le persone a cui vogliamo bene, quella in cui ci ammaliamo e così via. Ogni errore commesso nella vita offline si paga e spesso a caro prezzo; la vita online, invece, è molto più elastica e facile, con meno pressioni e meno conseguenze. Quindi, perché interpretare un'altra persona? Perché fingere?