sabato 22 marzo 2014

Catfish


Qualche tempo fa, ho beccato su MTV un programma chiamato Catfish: False identità. Le identità false sono quelle di chi mente online, di chi, cioè, si crea una nuova identità sfruttando l'anonimato del web.
La serie prende spunto dal docu-film omonimo che racconta la relazione virtuale nata tra Nev e Megan, sorella di Abby, una bambina del Michigan con la passione della pittura che invia a Nev un quadro tratto da una sua foto apparsa su una rivista. Non descrivo ulteriormente il film, dico solo che l'ho trovato molto coinvolgente e sentito. Non so se sia vero o recitato, se sia completamente inventato o se sia tratto da una storia reale, anche se recitata, non lo so e non mi interessa perché penso che il racconto abbia un valore intrinseco e ho apprezzato la completa assenza di giudizi nei confronti del mezzo informatico e del web.
Anche se sono completamente fuori target per MTV, questo programma ha subito catturato la mia attenzione. Ho anche cercato e visto il film uscito nel 2010. Perché?
È presto detto: io e mio marito ci siamo conosciuti online 10 anni fa circa. Dopo un paio di mesi dal nostro primo contatto ci siamo incontrati e dopo un luuuuunghissimo rapporto a distanza in cui passavamo insieme solo un giorno a settimana, siamo andati a vivere insieme e l'anno successivo ci siamo sposati. Un lieto fine, insomma. :)
Noi ci abbiamo creduto, ci siamo impegnati, abbiamo sofferto la distanza e superato molte difficoltà, ma alla fine siamo finalmente insieme e a differenza di molte altre coppie, conosciamo il valore della solitudine e, ancora di più, quello dello stare insieme.
Probabilmente una relazione a distanza così lunga ci ha portato a sviluppare un senso di fiducia reciproca pressoché illimitato: non siamo gelosi l'uno dell'altro, non siamo oppressivi, asfissianti o possessivi. Probabilmente il fatto di esserci conosciuti come due persone normali che si conoscono in giro, senza alcun intento sentimentale recondito, ha contribuito a far nascere tra noi una vicinanza e un'intimità che difficilmente avevamo sperimentato prima con altre persone. Probabilmente siamo stati fortunati. Probabilmente siamo stati anche un po' irresponsabili.
L'unica certezza è che, tra noi, non abbiamo mai mentito. Quando ci siamo visti per la prima volta di persona, eravamo le stesse persone che trasparivano dalle frasi scritte in chat o nei forum.
Ora parlo per me. Oltre a mio marito, online ho conosciuto molte altre persone. Alcune le ho incontrate da sola, alcune insieme a quello che non era ancora mio marito, alcune non le ho mai incontrate anche se mi sarebbe piaciuto tanto, alcune avrebbero voluto incontrarmi e io ho benedetto la distanza che ci separava.
Ho fatto il mio primo ingresso online a 16 anni, nel 1999 circa. Fino a quel momento il mio mondo era costituito dalla mia famiglia, dalla scuola e da uno sparuto gruppo di amiche. Il denominatore comune di queste tre realtà era il sentirmi costantemente fuori luogo. Non mi trovavo bene a casa con genitori, fratelli, zii, cugini e nonni che mi trattavano come una ragazzina particolare, diciamo così, ma in realtà, dal mio punto di vista erano tutti abbastanza offensivi e superficiali. Non mi trovavo bene con le mie amiche che nel frattempo si erano fatte altre amiche e con le quali, ormai, avevo davvero poco in comune. Non mi trovavo bene a scuola ed è un eufemismo. Ho sofferto tantissimo a scuola, mi sentivo trattata da idiota perché non riuscivo a comunicare con i miei coetanei. Non mi piacevano le stesse cose che piacevano a loro e non vivevo le cose come facevano loro. Ci ho provato tanto e in tutti i modi a essere come loro, ad aprirmi e a condividere, ma niente, ero sempre irrimediabilmente messa da parte o peggio, ridicolizzata; sfruttata quando c'era bisogno e poi scartata.
Una volta connessa, la mia prima azione fu accedere a Usenet e scaricare la lista dei newsgroup. Fu così che scelsi un ng e dopo qualche settimana di lurking, mi presentai e fui accolta con molto calore dalla community. Per la prima volta potevo condividere i miei interessi con altre persone senza che queste ridessero di me o sminuissero o ridicolizzassero ciò di cui parlavo. Fu qualcosa di totalmente coinvolgente e gratificante.
In quel periodo conobbi tante persone, quasi tutte più grandi di me, anche molto più grandi di me, ma non esistevano i cellulari super accessoriati di oggi (e comunque io non avevo il cellulare), né le macchine fotografiche digitali e le connessioni a 56K domestiche rendevano pressoché impossibile l'uso di webcam (che tanto io non avevo). Era un periodo strano, ci eravamo conosciuti online ma ci scambiavamo gli indirizzi di casa per scriverci lettere cartacee, quando avremmo potuto inviarci un'email. :D
Con il passare del tempo, legai particolarmente con alcune persone con cui restai in contatto negli anni successivi. Iniziai anche a capire cosa accomunava gran parte delle persone con cui interagivo online: la solitudine. In un modo o nell'altro, eravamo tutti soli, magari pieni di gente intorno, ma intimamente distanti da queste persone. Per alcuni era solo un periodo, per altri era una condizione costante. C'erano anche persone con palesi problemi psicologici che trascinavano assurde rivalità virtuali anche nella vita reale o che manipolavano utenti ignari (e ingenui) per conquistare il potere virtuale. E io mi son sempre chiesta, a che pro? Che te ne fai di essere il leader di un gruppo di 20 persone che non hai mai visto e che probabilmente non vedrai mai?
Man mano che il web evolveva e diventava di massa, spuntarono siti personali e forum. Continuavo a conoscere persone, ma ormai ero cresciuta, avevo circa 20 anni e avevo imparato a convivere con la mia solitudine, non avevo più bisogno di un contatto diretto e personale con le altre persone online, mi bastava scrivere negli spazi pubblici, confrontarmi e ricevere feedback. Ho sempre avuto tanto da dire e nessuno a cui dirlo. Non mi riferisco solo alle chiacchiere autoreferenziali che scrivo sul blog, ma proprio ad argomenti che mi stanno a cuore, come la politica o la letteratura. Avere opinioni è una delle caratteristiche delle persone curiose, ma queste opinioni devi metterle alla prova e confrontarle con altre, altrimenti diventano stantie. Offline non c'era nessuno ad ascoltarmi e a rispondermi e non perché non avessi persone intorno, ma perché non avevo intorno le persone giuste. Offline ti devi tenere le persone che ti capitano e andarti a cercare quelle che vorresti è abbastanza difficile, soprattutto per chi vive in piccoli centri provinciali. Online, no, puoi scegliere ed entri in contatto con una varietà di opinioni e idee impressionante e stimolante. È bello, no? Per me, molto.
Ero così frustrata nella mia vita offline per l'impossibilità di esprimere la mia personalità, che online non avrei avuto alcun motivo plausibile per mentire e fingermi quello che non ero. Ero me stessa all'ennesima potenza, non avevo paura di esprimere le mie opinioni, né di scrivere cazzate perché per quanto potessi essere giudicata o etichettata in qualche modo, questo non avrebbe mai e poi mai potuto interferire con la mia vita offline. Non ho mai pensato che la vita online avesse meno valore di quella offline, nel senso che le emozioni e sensazioni che provi nelle interazioni online sono fin troppo reali, ma la vita offline è quella che siamo costretti a vivere, quella in cui dobbiamo lavorare, quella in cui abbracciamo le persone a cui vogliamo bene, quella in cui ci ammaliamo e così via. Ogni errore commesso nella vita offline si paga e spesso a caro prezzo; la vita online, invece, è molto più elastica e facile, con meno pressioni e meno conseguenze. Quindi, perché interpretare un'altra persona? Perché fingere?

venerdì 14 marzo 2014

Spie straniere

L'avventura della seconda macchia - Il ritorno di Sherlock Holmes (pubblicato nel 1904, ambientato nel 1888)
«Sì», disse. «Questo è l'approccio migliore. La situazione è gravissima ma non disperata. Anche adesso, se sapessimo con certezza chi di loro l'ha presa, forse è possibile che non l'abbia ancora consegnata. Dopo tutto, con quella gente è solo una questione di soldi, e ho dalla mia il Ministero del Tesoro. Se la lettera è in vendita, l'acquisterò - anche se mi aumenteranno le tasse. È verosimile che quel tipo la conservi per esaminare le offerte da questa parte prima di provare con l'altra. Sono solo tre quelli capaci di tentare un gioco così audace - Oberstein, La Rothiere ed Eduardo Lucas. Andrò da ciascuno di loro.»
L'avventura dei piani Bruce-Partington - L'ultimo saluto (pubblicato nel 1912, ambientato nel 1895)
E infatti, a Baker Street ci aspettava un biglietto. Un messo della pubblica amministrazione l'aveva portato con urgenza. Holmes gli diede un'occhiata e me lo lanciò. 
Ci sono molti pesci piccoli, ma pochi che si immischierebbero in una faccenda così grossa. Gli unici che vale la pena di prendere in considerazione sono Adolph Meyer, 13, Great George Street, Westminster; Louis La Rothiere, Campden Mansions, Notting Hill; e Hugo Oberstein, 13, Caulfield Gardens, Kensington. Quest'ultimo risulta che fosse in città lunedì ma che adesso è partito. Lieto di sapere che hai intravisto un po' di luce. Sollecitazioni urgenti sono giunte dalle più alte sfere. Se ne hai bisogno, tutta la forza dello Stato è alle tue spalle.
Mycroft
Perché non si diventa Sir Arthur Conan Doyle così per caso. ;) Giustamente, Lucas non c'è più perché... ops, spoiler! :D

giovedì 13 marzo 2014

Istruzioni per l'uso

Un mio professore del liceo era solito prendere in giro un mio compagno di classe esclamando: "Non voglio figli perché temo che escano come te!".
Simpatia a parte, sempre più spesso mi ritrovo a pensare la stessa cosa guardando i figli degli altri. Mi sembra che questi bambini e ragazzini siano ingestibili e per questo, lasciati allo stato brado, liberi di dire e fare qualunque cosa, senza alcuna considerazione per il rispetto. Rispondono con un tono e con un gergo che io non mi sarei mai potuta permettere alla loro età, non solo per educazione in senso stretto, ma anche per, chiamiamola così, gentilezza. Nel senso che per me era ovvio rivolgermi a un adulto e soprattutto a un anziano senza imprecare, senza urlare, senza insultare, misurando le parole e questo, ovviamente, mi portava a rivolgermi nello stesso modo anche verso i miei coetanei, con i quali c'era un po' più di libertà e rilassatezza, ma praticamente mai eccessiva volgarità o aggressività. Non ricordo di essere stata cresciuta come una principessa, anzi ho passato l'infanzia e parte dell'adolescenza a giocare per strada ed essendo una sorella maggiore ho capito subito come girava il mondo: non solo ero responsabile di me stessa, ma anche dei miei fratelli. Sempre e comunque.
Penso che la chiave sia proprio questa, la responsabilità. I genitori sono più preoccupati di non inimicarsi i propri figli piuttosto che pretendere il rispetto di regole e limiti. Tutti voglio essere amici, ma nessuno vuole fare l'educatore e la colpa è sempre degli altri: degli amici, della scuola, della società, della tv. Perché fate i figli e poi li abbandonate a loro stessi? Li riempite di gadget, vestiti e ammennicoli vari, ma non li aiutate a maturare. E io, potrò essere un genitore diverso?
Sono, ormai, un paio d'anni che mio marito parla di figli. Io sono terrorizzata dall'idea e ogni volta che vedo i piccoli mostri crudeli ed egoisti che ho intorno, mi sale l'ansia. Quella vera. Quella solita. :(
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mercoledì 5 marzo 2014

Fatti sentire più spesso, però!

Il giorno del mio primo anniversario di matrimonio è arrivato, tramite corriere, l'hag di fastweb. Finalmente sono di nuovo online!

Il matrimonio. Non mi sembra vero che sia passato un anno, me lo ricordo come se fosse ieri. Non sono una persona romantica, quindi per me il matrimonio è stato il giorno in cui ho indossato un vestito che non indosserò mai più (nonostante non fosse un abito da sposa classico) e ho messo una firma totalmente vincolante davanti a un ufficiale civile, tra le lacrime di marito, parenti e amici. Dopotutto, prima di sposarmi ho convissuto un anno con quello che sarebbe diventato mio marito e prima ci sono stati altri 7 anni di frequentazione; diciamo che la quantità massima di romanticismo e sentimentalismo che sono in grado di produrre si è esaurita dopo i primi 6 mesi di relazione! :D Mio marito, invece, è la metà romantica e tenera della coppia, anche se dopo 9 anni penso che abbia capito che preferisco una pizza e un gelato a un mazzo di fiori.
Quello che ricorderò di questo primo anno da moglie è la domanda del cazzo per eccellenza, proposta in molte varianti, ma il cui significato è sempre lo stesso: Sei incinta? Tra un po' andrò in giro con un cartello appeso al collo. Probabilmente io sono esagerata, ma trovo le domande di questo tipo assolutamente fastidiose, sento che violino la mia intimità familiare e, soprattutto, personale. La gravidanza viene considerata dai più un evento felice, per me no. La nascita di un bambino sano è un evento felice, ma fino a che non nasce può accadere di tutto; può esserci tanto dolore e sofferenza, aspettative deluse, morte. Non è il mio caso, ma anche se semplicemente non volessi avere dei figli, non ritengo giusto e opportuno che chi interagisce con me, a partire dai familiari fino ad arrivare a perfetti estranei, si interessi della faccenda. Il giorno in cui sarò incinta pubblicherò uno stato su Facebook. LOL.

Questo mese senza linea telefonica ha confermato, se mai ce ne fosse bisogno, la bassissima opinione che ho nei confronti di chi mi sta intorno (marito escluso, of course!). Nemmeno fossi un miliardario, un politico o un mafioso, la mia vita è piena di postulanti che, complice un carattere fin troppo mite e conciliante, mi assillano con richieste di varia natura che di solito vengono avanzate tramite Whatsapp/Facebook oppure quando mi viene l'insana idea di telefonare a mie spese per fare quattro chiacchiere. Un po' per mie convinzioni, un po' per mancanza di utilità non ho attivato offerte o tariffe flat per navigare e comunicare tramite il mio smartphone (e che me ne faccio dello smartphone? Beh, niente! Mi è stato regalato, non l'ho comprato), quindi in assenza di linea telefonica fissa, l'unico modo per comunicare con la sottoscritta era telefonarmi o mandarmi sms. Improvvisamente, i questuanti sono spariti: evidentemente i 12 centesimi per inviarmi un sms erano troppi. XD Come avevo già ampiamente constatato, tutti quelli che di solito mi rimproverano perché non mi faccio mai sentire (anche se sono sempre io a farmi avanti per prima... in modo che poi loro possano farmi notare che non mi faccio mai sentire! LOL) sono stati i primi a sparire. Addirittura, alcuni pur sapendo che non avevo una connessione internet (e che se mi capitava ogni tanto scroccavo qualche ora di wi-fi gratuito) mi hanno comunque mandato messaggi su Whatsapp o Facebook facendomi domande a cui non avrei mai potuto rispondere in modo tempestivo o lamentandosi dei grandi drammi della loro vita. LOL. Inoltre, ho piacevolmente notato come persone che avrò visto tre volte in totale, si siano interessate alle vicende tragiche del mio trasloco e mi abbiano dimostrato un po' di considerazione. Beh, fa piacere. :)
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